| Letture |
2005-06-11
Donne contro il fondamentalismo
Senza velo (Intra Moenia edizioni, pp. 146, euro 12,00)
11 giugno 2005
Non possiamo smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone («We cannot dismantle the master’s house with the master’s tools»). Questa frase di Audre Lorde è uno dei punti fissi attorno cui ruota la riflessione di Monica Lanfranco, oltre che la sua firma elettronica nelle mail che spedisce a mezzo mondo, dall’Italia agli Usa passando per l’Afghanistan. Non è un caso, dunque, che, insieme a Maria Giuseppina Di Rienzo, abbia deciso di affrontare una delle questioni che animano da tempo il dibattito internazionale: i fondamentalismi religiosi (che la fanno da padroni) nel mondo islamico e i loro rapporti, e non, con le donne e con i femminismi nati nei paesi dove elitè di uomini si arrogano il diritto di dire la loro su quello che le donne dovrebbero dire e fare. In Senza velo (Intra Moenia edizioni, pp. 146, euro 12,00) Monica Lanfranco e Maria Giuseppina Di Rienzo si propongono proprio di offrire gli “attrezzi” adeguati a comprendere quello che accade nei paesi islamici, per meglio sostenere le lotte delle donne impegnate a contrastare questi regimi teocratici che non coincidono con i reali dettami dell’Islam. In questo volume protagoniste sono le voci delle donne che abitano e vivono in situazioni di violenze e prevaricazioni, legittimate sia dalle loro società che dalla comunità internazionale pigra nell’affrontare con determinazione tali situazioni, spesso nascondendosi dietro l’alibi del relativismo culturale. La scorsa settimana è stata in Italia a presentare questo libro collettivo Marieme Helie Lucas, algerina che vive in Francia, del Wluml (Donne che vivono sotto le leggi islamiche) e il suo ragionamento era ineccepibile: i fondamentalismi sono parte integrante dei movimenti di estrema destra e della politica liberista e capitalista in espansione e si mascherano dietro la religione per attuare politiche antidemocratiche e anti-progressiste. E, soprattutto, non sono espressione solo del mondo islamico. Secondo le donne del Wluml, leggiamo nel loro appello riportato nel libro, «non esiste qualcosa come lo scontro di civiltà: lo scontro oggi nel mondo è tra fascisti e antifascisti». È un grido disperato, questo delle donne del Wluml, perché supera le velleità di certi dibattiti nostrani “velo sì - velo no” ed esprime in tutta la sua forza la necessità di un intervento che impedisca a migliaia di donne e bambine di vivere sotto le false regole di una religione che secondo i fondamentalisti legittimerebbe la mancata libertà e autodeterminazione per il sesso femminile. Senza velo è un vademecum per noi occidentali che spesso leggiamo con le nostre lenti mondi distanti dal nostro. L’intento, dichiarato da Lanfranco e Di Rienzo, è quello di offrire storie che arrivino «al cuore di chi legge e facciano sobbalzare, perché l’indifferenza è, spesso, la più feroce delle prigioni nelle quali si confisca la fiducia nel futuro e nelle relazioni umane». Dopo una premessa delle curatrici, scritta come se fosse uno scambio epistolare (segno di una salutare calma nel tempo della velocità frenetica), parlano donne che difficilmente hanno diritto di parola nel loro paese e, se la prendono, rischiano la vita e che anche qui da noi, in Occidente, sono poco ascoltate. Incontriamo Asma Mohamed Abdel Halim, avvocata e attivista in Sudan, che ci racconta che in Africa le donne usano il termine “nihna bahaim” che significa “noi bestiame” per descrivere se stesse, percezione dovuta alla consapevolezza che esse sono oggetti «vendibili, disponibili, rimpiazzabili, non individui ma proprietà che deve essere acquisita ed accumulata». Scopriamo, visto che difficilmente i media ne parlano, che nel 2004 si è tenuto a Chang Mai in Thailandia un incontro del Consiglio internazionale ed interreligioso per la pace e del Centro per la salute e le politiche sociali nel quale è stato sottoscritto un testo che invita tutte le religioni a rivedere il ruolo delle donne. Un testo importante anche per chi è laico, per non cadere in facili ideologie e soprattutto utile per distinguere il fondamentalismo politico dall’integralismo religioso, che spesso purtroppo vanno in coppia senza troppi problemi. C’è anche un saggio interessante di Margot Badran, specializzata in studi di genere nelle società musulmane, che aiuta a capire cosa sia il femminismo islamico, che oltre ad essere molto attivo nei luoghi della diaspora musulmana è anche particolarmente presente nel cyberspazio. Il femminismo islamico, secondo Badran, è impegnato nella costruzione di un discorso che affermi l’uguaglianza tra generi come principio coranico al quale appellarsi per smontare le pretese della società patriarcale e delle sue pratiche di violenza e discriminazione. Dal Pakistan alla Serbia, pur nella diversità delle testimonianze e teorie che vengono riportate nel testo, c’è un filo rosso che lega le donne musulmane, e non, che vivono in paesi islamici: tutte sono convinte, dal premio Nobel Shirin Ebadi, all’attivista irachena Yanar Mohammed, fino alla scrittrice egiziana Nawal El Saadawi, che la lotta al fondamentalismo è prioritaria e passa anche attraverso le vie dell’emancipazionismo occidentale. Questo non significa necessariamente imporre leggi alla francese ma lavorare su un doppio binario: nei paesi dove i fondamentalismi hanno possibilità di espandersi è necessario sostenere le lotte dei gruppi femminili e femministi che operano per l’autodeterminazione delle donne (per averne un’idea è illuminante la sezione delle storie in Senza Velo); mentre nelle nostre case, nei movimenti e nei partiti della sinistra radicale è forse necessario smettere di essere “tolleranti”, come ha giustamente denunciato in un’intervista al Sole 24 ore Ayaan Hirsi Ali, la parlamentare olandese di origine somala, costretta a vivere sotto protezione perché autrice della sceneggiatura del film costato la vita a Theo Van Gogh. Smettere, cioè, di far finta che non sia un problema nostro e togliere finalmente i veli, invisibili ma pur sempre veli, che coprono il volto e le nostre menti.
(pubblicato su Liberazione, www.liberazione.it)